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Autoritratto, 1937


Diaro del Cairo


2 settembre 2007

Ritorno alle origini

Alessandria, 60 anni dopo





Ritratto in queste due immagini, sulla sinistra, il palazzo dove mia mamma ha vissuto i suoi primi 3 anni di vita, da dove la zia Marta vide passare il corteo funebre di Vittorio Emanuele III, dove immagino nonno Joe scrivesse i suoi articoli, che qualche anno dopo daranno corpo a "Notre Combat", il libro che gli costò un anno di campo di internamento ad Abou Qir - oggi rinomata località di villeggiatura a pochi kilometri a est di Alessandria - e in seguito l'espulsione dall'Egitto.

Questa è la casa, un tempo rue Fouad, oggi rue Nasser. A due passi dalla sinagoga di rue Nebi Daniel, l'unica delle 17 sinagoghe di Alessandria ancora funzionante, dove raramente si riuniscono i 23 ebrei rimasti sotto la simbolica guida di un presidente della comunità ebraica di 97 anni. Venti donne e tre uomini. Erano 25000 nel 1937.
Un tempo, sotto casa c'era la rinomata pasticceria Baudrot, oggi un'agenza turistica.
"Ah...la pasticceria Baudrot" mi dice, in un sospiro che sembra riempirsi degli odori e dei sapori di quel posto, Adel Z., avvocato cristiano copto di Alessandria, "che tempi...oggi non è rimasta traccia di quell'epoca d'oro, di quella coesistenza". Quando a Alex si parlava francese ed era considerata una piccola Parigi, il centro della vita intellettuale del Medioriente, quando Pirandello, Cavafy, Forster venivano a trarre ispirazione da quelle rive che oggi sono ridotte a poco più di una discarica, godendosi la vista del mitico Hotel Cecil, che oggi, dopo 50 anni di battaglie legali, è ritornato nelle mani dei proprietari originari, degli ebrei che erano stati costretti alla fuga nel '56.
"La capitale dell'Europa Asiatica, se una cosa del genere potesse esistere".

I miei nonni, Joe e Claire, dopo essere stati espulsi nel 1948 con le due piccole figlie e una valigia, hanno errato per un paio d'anni tra Spagna, Francia, Israele, approdando infine a Milano. Dove si sono ricostruiti una vita e hanno incontrato poi la morte, tra perenni difficoltà e amarezze, con un anelito incessante alla belle belle époque alessandrina. Dove poi, in fondo, sono nata io...se penso che sarei potuta nascere ad Alessandria d'Egitto! Così come i figli e i nipoti di altri circa 700,000 profughi ebrei dei Paesi arabi che sono stati espulsi o hanno preferito scappare nel 1948.

L'anno scorso ho iniziato a scoprire questa epopea familiare. Tre settimane fa ero di fronte a quella casa. La guardavo con soddisfazione per averla ritrovata, con amarezza perché parlava di un passato che non c'è più e che non credo si potrà ripetere, con nostalgia per doverla già riabbandonare e con essa un tassello di storia di quella fiorente comunità ebraica egiziana della prima metà del secolo scorso.
Un legame indissolubile, inizialmente fatto più di storia, oggi anche - inspiegabilmente - di affetti, mi lega a questo nonno che non ho mai conosciuto e del quale voglio perpetuare la memoria.


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14 agosto 2007

Muharram: scatti proibiti (parte seconda)



Dopo avere fornito un esempio di mamnu’a nel precedente post, oggi parleremo di muharram, cercando quindi di delineare la differenza tra i due termini indicanti un divieto.

Quindi - riprendendo da dove ci eravamo lasciati nella precedente puntata - dopo aver incassato il colpo, io e Elvira detta Dalila abbiamo proseguito verso il Greek Club. Ma, durante il percorso, superata una moschea, ci siamo imbattute in un gran frastuono di voci e suoni. Ci siamo fermate a capire di cosa si trattasse e, non appena realizzato, eravamo già dentro la hafla: si trattava dei festeggiamenti femminili di un matrimonio; la madre dello sposo, che stava entrando giusto in quel momento nella sala, non ha esitato a darci una dimostrazione della rinomata ospitalità del mondo arabo e ci ha subito invitate/obbligate ad entrare. Gli uomini stavano festeggiando contemporaneamente nella adiacente moschea.

Varcata la soglia, ci siamo trovate in mezzo a un centinaio di donne imburkate, o meglio, niqabate (il niqab, molto diffuso qui in Egitto, copre tutto il corpo compreso viso e spesso mani, ma, a differenza del burqa, prevede una fessura per gli occhi – bontà loro. Buy your niqab now!). Tutte e cento ci hanno accolto molto calorosamente, nonostante il nostro abbigliamento poco ortodosso, ci hanno subito portato dalla sposa (che, invece, paradossalmente, indossava un vistoso abito rosso sbracciato e scollato), ci hanno servito da bere e ci hanno posizionate al centro delle danze, dove Elvira detta Dalila ha dato prova delle sue doti ballerine (in conformità con l’evento, ovviamente), mentre io, intenta a riflettere su quale cittadinanza adottare per l’occasione, mi muovevo con la solita leggiadra di babbuino. In un battibaleno abbiamo rubato la scena alla sposa: una a una, le donne, la cui età era identificabile dal viso svelato per via dell’assenza di uomini, venivano a salutarci, con grandi sorrisi, con tanto calore, a chiederci da dove venivamo (la riflessione riguardo alla cittadinanza era durata poco: Italia), cosa facevamo in Egitto, se ci piaceva il Cairo. In un momento dedicato alla preghiera, sono riuscita a divincolarmi e a sedermi, stremata dal caldo, constatando con disappunto che le mie nuove amiche, nonostante il niqab, non disperdessero nemmeno una goccetta di sudore (applicazione della teoria di Lamarck sull’evoluzione per adattamento?). Due ragazze, che portavano invece il hijab, che lascia il viso scoperto, sono venute a farmi compagnia. Parlavano un po’ d’inglese, cosicché la conversazione si è potuta fare più profonda rispetto a quanto non lo fosse prima con il mio arabo nemmeno maccheronico. Una di loro studia moda ed era effettivamente l’unica a portare veste, velo, scarpe e borsetta non nere ma azzurre, e perfettamente in tinta. L’altra, Sara, ha quindici anni e mi dice che le piacciono le lingue. Una delle prime domande che mi fanno è come viene visto l’Islam in Europa. Io cerco di mantenermi su un livello di conversazione il più conciliante possibile e con abilità inverto la domanda: cosa ne pensate voi dell’Europa, dello “stile di vita occidentale”? E’ un argomento che trattate a scuola? La risposta è ovvia, ma disarmante proprio perché proviene dalla bocca di una ragazzina immersa in un ambiente religioso, che mi chiedo se non le stia troppo stretto. “No, non parliamo di queste cose. Sai, qui al Cairo la società è molto chiusa, non sappiamo quasi niente di quello che succede fuori” (a parte del conflitto israelo-palestinese - mi dico io - sul quale non si manca mai di fare un po’ di sana propaganda). Sarà per questo che ci guardano con stupore, manco fossimo Barbie; sarà per questo che l’altro giorno ad Alessandria una ragazzina mi ha chiesto se poteva fare una foto con me (??!! il mio sgomento e il mio ego incrementano di pari passo in questo Paese…).

Purtroppo la nostra conversazione è stata interrotta da un altro giro di preghiere. Ed è a quel punto che ho fatto il danno, che ci fornisce qui l’ottimo esempio per una fondamentale lezione glosso-sociologica.

Ho sfoderato il cellulare di mio fratello che avevo con piacere scoperto poco prima essere dotato di macchina fotografica. Non ho fatto nessuna foto, non ce ne è stato il tempo. Il sogno di Barbie si è trasformato in men che non si dica in un incubo: mi si sono accalcate addosso una ventina di donne imburkate, pronuncianti frasi a me ignote, se non haram e sura, ovvero “vietato” e “foto”, il vocabolario necessario per capire esattamente cosa avevo fatto che avesse tradito il loro European Dreaming. Non che non lo sapessi prima, voglio dire…so benissimo che foto in ambienti femminili religiosi non sono mai bene accette, eppure volevo quella foto. Non tanto per soddisfare l’occhio turistico, ma per avere una testimonianza di quella che mi sembra una consuetudine incomprensibile - relativismo culturale a parte.

Ho ripetuto che non avevo fatto quella foto. Il che era vero, il problema, nonché la causa della mia agitazione, era che ne avevo fatta un’altra poco prima, ma in maniera più discreta. I timidi tentativi intrapresi dalle due ragazzine con le quali facevo salotto per aiutarmi, sono rimasti inauditi. Ma i loro sguardi mi dicevano tutto: “non essere arrabbiata, non è così come sembra…”. Il cellulare mi è stato sequestrato. Ma era in italiano e non sapevano come accedere alla sezione foto. In tutto questo non trovavo più Elvira detta Dalila. Il cuore mi batteva a mille, non solo per l’altra foto, ma anche perché nel cellulare c’erano le foto di mio fratello con la divisa di Tzahal. A un certo punto non ce l’ho fatta più delle pressioni, del caldo, delle urla: ho preso il cellulare e ho messo la sezione foto. Una donna ha scorso velocemente le foto e così pure un’altra e anche una terza avrebbe voluto farlo se non fosse che a quel punto, Sara è riuscita a rimpossessarsi dell’oggetto incriminato. Halas! Non si sono accorte di niente. La foto pseudo-incriminata effettivamente non significava niente, perché ritraeva semplicemente quattro vesti nere riprese da dietro, un’immagine piuttosto comune al Cairo e non per forza attribuibile a quel contesto. Le altre foto, tra cui quella di un uovo con una Stella di Davide (di cui non conosco il significato iconografico), sono state scorse di fretta e senza prestarvi attenzione.

Finito il controllo, Sara mi ha restituito il cellulare. Tutte si sono scusate innumerevoli volte. La festa era comunque finita, Elvira mi ha raccolto con un cucchiaino e siamo uscite mantenendoci sul politically correct, ovvero accettando le scuse e scusandomi a mia volta altre innumerevoli volte. Le donne si sono tirate giù la griglietta del niqab che copre il viso e sono tornate alla vita pubblica.

Pochi metri più in là, finalmente sulla strada del Greek Club, Sara mi ha raggiunta. Mi ha detto esattamente quello che avevo letto nei suoi occhi poco prima “Mi dispiace…spero tu non sia arrabbiata, ma non pensare che sia tutto così”. “Vorrei parlare con te dell’Islam”. Ha quindi accettato di prendere il mio indirizzo email, cosa che prima non aveva voluto fare quando ancora eravamo nel mezzo della baraonda. Ha detto che mi scriverà in arabo, ma purtroppo non ho ancora ricevuto niente.

Abbiamo così oggi imparato la differenza tra mamnu’a e muharram: il primo un divieto derivante dalla legge, mentre il secondo dalla religione.

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3 agosto 2007

Mamnu'a - Scatti proibiti (parte prima)



Cairo, 1.8.2007, h. 01:00

Nel pomeriggio, finita la scuola, sono andata al Centro Accademico Israeliano a trovare il Direttore, che è un professore della facoltà di arabo della mia università a Gerusalemme. Il Centro Accademico è un posto fantastico: gli israeliani non hanno perso tempo e lo aprirono già nel 1981, ovvero solo due anni dopo la firma degli accordi di pace di Camp David tra Israele e Egitto. Promuove scambi culturali e accademici, una cosa alquanto banale tra paesi che intrattengono relazioni diplomatiche, ma qui, ovviamente, la questione non è così semplice e non sono molti gli egiziani che hanno il coraggio di “aprire quella porta”, entrando così nella spiacevole cerchia dei sorvegliati dal muhabbarat egizio. Amarezza per l’attuale stato delle relazioni israelo-egiziane a parte, dopo la visita al Centro, mi sono recata con la mia nuova compagna di viaggio Elvira detta Dalila, una ragazza-donna spagnola logorroica, ballerina professionista di danza del ventre, nonché persona estremamente libera e esperta di tutto e di niente (sento che questa sarà esattamente la mia fine), a wist el-balad, il centro della città. In una delle vie principali di quest’area, in sharia Adli, si trova la sinagoga Shaar ha-Shamaim, una delle tre sinagoghe del Cairo che si sono conservate in buono stato. Le altre, ed arano parecchie (secondo un censimento del 1937, gli ebrei in Egitto erano 63000, di cui circa 35000 al Cairo), sono state distrutte o si solo logorate con il passare degli anni. Mi stavo accingendo a fare un’altra fotografia, quando Elvira/Dalila richiama la mia attenzione verso un poliziotto che, dal lato opposto della strada, fa grandi gesti verso di noi. Io, con elegante indifferenza, faccio finta di non vedere e continuo a smanettare la macchina fotografica con l’agilità dell’uomo della pietra. Tanto veloce sono stata, che il poliziotto ha fatto in tempo ad attraversare la strada per venire a esplicarmi il significato dei suoi gesti ancora prima che io fossi riuscita a fotografare. E non solo lui, perché mi sono trovata d’improvviso accerchiata: dietro il muro, davanti lui, a destra un altro poliziotto e a sinistra “il palo”, un tale in borghese. “Mamnu'a”. “E perché?”. “Perché sì”. La conversazione in pseudo-arabo mio e pseudo-inglese loro, non mi ha fornito una spiegazione più dettagliata. Allora ho detto: “Ma io sono ebrea, insomma, che vi pensate?”. Il mio pathos non li ha particolarmente smossi e i tentativi di avere una spiegazione, anche la più formale e burocratica possibile, non hanno riscontrato risposta, quindi io e Elvira detta Dalila ci siamo incamminate, alquanto disappointed, verso il Greek Club, considerato la meta della Cairo bene-liberale.

To be continued…

 


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31 luglio 2007

Mezzanotte dal Cairo





In attesa di potervi aggiornare sugli sviluppi degli ultimi giorni, vi lascio un ricordino che ho ripescato della mia precedente visita al Cairo con il Middle East Youth Forum, per farvi saggiare un po' dell'adorabile inquinamento acustico che sto vivendo - musica per le mie orecchie amanti dell'urbe. La ripresa è fatta da una stanza del Ramses Hilton (se trattano bene gli "attivisti per la pace") che si affaccia sul Nilo dal quartiere di Downtown.


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29 luglio 2007

Al Cairo non si butta via niente

Cairo, 29.07.2007 h. 03:30

Le giornate trascorrono per ora all’insegna del caldo. La casa dove mi trovo è bellissima, ma è un forno, ed in particolare la mia stanza, dalla quale vi sto scrivendo mentre una gocciolina di sudore compie il suo bravo percorso dalla tempia a dove il destino, con l’aiuto del ventilatore posizionato a un centimetro dalla mia faccia, deciderà di farla posare.
Oggi come ieri, la paura di fondersi ai 45 gradi di questa città, è stata tanta.
Oggi come ieri ho impiegato dalle 3 alle 5 ore per decidermi ad affrontare il calore egizio e a mettere piede fuori casa. Fosse poi solo il calore, ma no, è l’umidità il vero nemico dell’aspetto decente di un essere umano. Anche se, al Cairo, l’aspetto esteriore non dovrebbe mai comportare un problema per una donna. Io vorrei invitare tutte coloro che si sentono brutte, insicure o la cui bellezza è sottovalutata o quantomeno messa in discussione nella nostra società del consumo, a soggiornare per un periodo, anche breve, al Cairo: qui non se butta via niente, figuriamoci poi se sei una ragazzuola dai colori e dall’abbigliamento non precisamente mediorientali (vaglielo poi a spiegare che sono in realtà mezza egizia…). Una fischiatina, un commentuccio, un’occhiata insistente non mancano mai, cosicché l’ego sa sempre dove attingere (insomma, se vogliamo vederla in maniera positiva).

Oggi Jack (così si fa chiamare a volte Hisham, non chiedetemene il perché), mi ha mandato un sms, comunicandomi che si trova ad Alessandria e confermandomi così in maniera indiretta di avermi effettivamente vista all’aeroporto (speravo ancora fosse solo una mia paranoia). Io ho gentilmente evitato di rispondere. Più tardi ero a casa di Mahmoud con un suo amico giornalista e mi è venuto in mente di chiedergli se conoscesse il sedicente giornalista. La risposta è stata che è assolutamente impossibile che esista una cosa del genere, “un giornalista egiziano inviato in Israele”: l’Ordine dei giornalisti egiziani, come dire, non accoglie di buon grado i contatti con colleghi e/o fonti israeliani (secondo il tipico atteggiamento egiziano: nulla è gradito quando si tratta di Israele, nonostante la pace). Non esistono corrispondenti in Israele, la stampa egiziana fa uso di locali, palestinesi o arabi israeliani. E se esistessero, di certo non avrebbero vita facile al loro rientro in Egitto.
Mmmm…interessante. E allora, chi è Hisham (del quale evito di indicare il cognome perché, casomai fosse veramente una spia, allora meglio restare sul vago)?

Dai 40 gradi notturni del mio forno da letto vi saluto che mi accingo a studiacchiare per il mio test di arabo di domani.


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27 luglio 2007

Preludio: "Cairo, arrivo"

Cairo, 27.7.2007, h. 5.30

Sono arrivata da circa un’ora al Cairo, sono già nella casa dove dovrei trascorrere questo mio soggiorno egizio. Mi trovo su un bellissimo terrazzo, davanti a me il mio panorama ideale: città. Niente verdi vallate, niente vista sul Nilo, ma case, palazzi alti e ammucchiati, vita. In questo momento no, in realtà, tutto è silente, sensazione stranissima; quando sono stata qui a Marzo, non ricordo di essermi mai imbattuta in momenti di quiete in questa città che ha un che di giungla – per quanto possa saperne io della giungla, insomma.

Mi trovo a Zamalek, il quartiere “fighetto” - magari con il passare dei giorni sarò in grado di fornirne una descrizione più esaustiva - locato su un’isola tra le due sponde del Nilo nel centro della città, dove gli affitti invece di costare 50 $ magari ne costano 200.

Ok. Sono qui, guardo i palazzi, leggo le scritte in arabo sulla scatola degli “All-bran” e di altri prodotti culinari che mi sono meno noti. Ma ancora non connetto. Non realizzo di essere al Cairo, dopo tanto bla bla bla, probabilmente perché non ho avuto il tempo materiale di elaborare quello che stava accadendo, ovvero che negli ultimi 4 giorno ho messo in pratica il bla bla bla, ma in maniera quasi inconscia, nella disorganizzazione più totale, senza preoccuparmi di cose elementari (visto?). E ora sono qui lo stesso, prenotato il volo stamattina e partita la notte stessa, fatta la valigia al volo (20 kg porca miseria…è che mi sono portata magliette di tutte le lunghezze onde evitare spiacevoli inconvenienti), uscita di casa con spazzola in mano, fon in borsa, rifatto valigia all’aereoporto. Comprato regalo a Ethel e perso in circostanze misteriose nell’arco di 10 minuti. Ricomprato regalo a Ethel. Nervi. Il volo, che generalmente porta consiglio o quantomeno assopimento, non ha fatto in tempo ad adempiere a nessuna delle sue mansioni, essendo durato solo un’ora.

Con la testa appiccicata al finestrino, tentando di tentare di connettere, pratico ovviamente La Mossa (in gergo: tic), ovvero arriccio la bocca mordendomi il labbro, mentre con la mano destra mi tocco in maniera ossessiva-compulsava la catenina per non farle toccare il collo. Realizzo quindi di avere ancora addosso quel ciondolo, quel simbolo al quale faccio finta di ancorare la mia identità, il Maghen David, la Stella di Davide. Lo tolgo, come da patto un po’ con tutti, compresa me stessa. Un compromesso la cui necessità mi fa arrabbiare e domandare fino a che punto una eventuale risoluzione del conflitto arabo-israeliano potrà mai essere esaustiva e portare ad una sincera convivenza.

Dopodiché all’aeroporto del Cairo, accoglienza burberissima, un’ora di coda per il controllo passaporti. Nell’attesa, dolente a causa delle scarpe nuove di ieri - tra l’altro pure bruttine - ho fatto in tempo a far lavorare le mie piccole scellule grigie, cominciando con le mie constatazioni di sociologia spicciola, del genere: ci sono circa 150 persone in fila, tra queste, forse 30 donne. Tra queste, solo quattro non solo velate: io, due turiste, una americana e una scandinava, direi dal grado di figaggine, e una quarta persona apparentemente non identificabile come occidentale. Osservo ogni particolare per tentare di capirne il paese d’origine. Alla fine una scritta su uno dei sacchetti la inganna: è ebraico. Mi dico: sarà araba-israeliana. Ma viaggia da sola e la cosa non mi quadra. L’ho ribeccata più avanti mentre, constatando che a quanto pare le avevano smarrito la valigia, imprecava “merda, vaffanculo”. Tutto fu chiaro.

Hisham è lì e mi guarda. Sta seduto dietro, non capisco perché non faccia la coda come tutti. Ogni tanto, usando come scudo il passaporto, mi giro per osservarne le mosse e il suo sguardo è fisso su di me. Hisham è un sedicente giornalista egiziano che vive buona parte dell’anno in Israele, stando ai suoi racconti. Io l’ho conosciuto circa un anno fa a Haifa, in occasione del grande convegno sui profughi ebrei egiziani. Lui parlava della necessità di interscambi culturali, soprattutto di giovani, tra Egitto e Israele, per tentare di rivitalizzare quella che viene definita, oramai da quasi trent’anni, una “pace fredda”. Ottimo discorso. Era proprio di quei tempi (n.b: un anno fa…) che maturavo l’idea di venire a studiare al Cairo, quindi trovai alquanto appropriato consultarmi con lui in merito. Cercò di dissuadermi, poi mi diede una serie di consigli: 1) presentarmi con un altro nome. 2) frequentare esclusivamente gente acculturata. 3) togliere il succitato ciondolo.

Ci scambiammo i numeri ed è a quel punto che il sedicente giornalista è diventato un medicente agente segreto per il muhabbarat egizio. Ha cominciato a chiamarmi parecchie volte, chiaramente da numero privato, è stata pure la prima e unica persona che ho bloccato su messenger. Poi me lo ritrovo all’aeroporto proprio quando sto partendo per l’Egitto…forse anche lui pensa che io sia una spia per il Mossad? Uscita dall’aeroporto, perdo le sue tracce, poiché la vista di Aiman, il tassista che mi ha mandato Ethel, con il cartello “Sharon Niza” – la prima volta che mi aspettano con un cartello… - mi dà un po’ alla testa…allora scrollo il capello come da migliore pubblicità della Pantene, drizzo le spalle e avanzo con passo deciso tra la folla di tassisti che cercano di appiopparmi il loro servizio: “Cairo, arrivo”.


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permalink | inviato da sharonlapaz il 27/7/2007 alle 14:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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