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sharonlapaz
Autoritratto, 1937


Diario


27 maggio 2008

Depressioni egizie

A quasi trent'anni dalla firma degli accordi di pace tra Israele ed Egitto, l'istituzione di rapporti "normali e amichevoli" tra i due Paesi, come previsto dal paragrafo 3 di tali accordi, continua a sembrare un miraggio.

Quarantacinque ebrei di origine egiziana, provenienti da Israele e altri paesi, si accingevano ieri notte (domenica) a imbarcarsi sul volo Elal diretto al Cairo, per trascorrere cinque giorni all'insegna del "ritorno alle origini": la maggior parte di essi, dopo essere stati espulsi o aver abbandonato l'Egitto per lo più tra il 1948 e il 1956, vi faceva ritorno per la prima volta. La presidentessa dell'Associazione israeliana amici Israele-Egitto, organizzatrice del viaggio, aveva programmato tutto seguendo le direttive degli ufficiali di sicurezza egiziani, ai quali erano stati trasmessi tabella di marcia e lista dei relatori e che avevano garantito una sorveglianza continua da parte dei servizi di sicurezza egiziani.

Mia mamma, espulsa da Alessandria nel 1949, dopo che suo padre era stato internato per 10 mesi nel campo di Abou Qir per aver pubblicato un libro in cui, tra le altre cose, esprimeva simpatia per gli ideali sionisti, era emozionata all'idea di potersi ricollegare agli scritti di suo padre. L'anno scorso, in un mio viaggio in quella che sono entrata nell'ottica di considerare la mia terra d'origine, ho ritrovato nel cimitero ebraico delle tombe di familiari nonché la sua casa ad Alessandria. Un tempo era in Rue Fouad, oggi si chiama inevitabilmente Sharia' Nasser.

Tra le tappe previste dal viaggio, oltre alle mete prettamente turistiche, vi erano le poche sinagoghe rimaste a testimoniare una presenza ebraica millenaria, che nel 1937 contava 63000 anime, e il Centro Accademico Israeliano del Cairo, un'istituzione stabilita secondo lo spirito degli Accordi Culturali siglati nel 1980 tra i due Paesi. Il Centro, che non ha un corrispettivo egiziano in suolo israeliano, è attivo dal 1982 e si occupa di scambi culturali e accademici che chiaramente rasentano l'unilateralità. L'unico intellettuale egiziano che abbia mai varcato questo confine è stato lo scrittore satirico Ali Salem, che per questo motivo è stato per anni vittima di un boicottaggio nel suo Paese (e pensare che in Israele Ilan Pappe, lo storico israeliano famoso per la sua adesione ai boicottaggi britannici dell'accademia israeliana, ha continuato ad insegnare all'Università di Haifa, fino a quando non ha capito che avrebbe fatto decisamente più soldi in Inghilterra).

Ma giovedì scorso, un noto presentatore televisivo egiziano ha dedicato la sua trasmissione alla presunta "delegazione di ebrei e israeliani" che si accingeva a calcare il suolo egiziano per esigere indietro i beni confiscati dall'Egitto dopo la loro espulsione o fuga. Il presentatore non ha risparmiato i dettagli e ha specificato anche l'albergo nel quale avrebbe dovuto alloggiare il gruppo. La mattina seguente, l'albergo in questione aveva annullato la prenotazione e non si è fatta attendere una comunicazione da parte dell'agenzia viaggi, che non si poteva più fare carico della sicurezza del gruppo. Insomma, saltato tutto, con grande rammarico dei partecipanti. "Avevo rimosso dalla mia mente l'Egitto", mi ha detto mia mamma. "Memore di quanto aveva scritto il nonno e dell'amore e riconoscenza per quella Terra che esprimeva nei suoi scritti, avevo deciso di tornarci. Ma non ho intenzione di rinunciare alla mia identità ebraica né a quella israeliana per poter visitare questo Paese. Belle le Piramidi, ma ci sono tanti altri Paesi che non ho visitato e finché non mi accetteranno per quello che sono, possono aspettare".

E' vero che esistono gruppi che – legittimamente – si occupano della questione del patrimonio perduto degli ebrei che furono costretti ad abbandonare tutto, o quasi, da un giorno all'altro. "Come ladri nella notte", recita il titolo del libro testimonianza di Carolina Delburgo, che lasciò l'Egitto con la famiglia nel 1956, a seguito della crisi di Suez. Lo scopo principale di quest'attività è quello di porre all'attenzione pubblica la questione dimenticata dei profughi ebrei del 1948. Ma, oltre a rappresentare un tentativo limitato e perlopiù sconosciuto, quest'operato non gode nemmeno di alcun appoggio istituzionale, non da parte d'Israele, né della comunità internazionale nella figura dell'ONU, la stessa che invece creò, nel 1949, l'UNRWA, l'"Agenzia ONU di Soccorso e Lavoro per i Profughi Palestinesi nel Vicino Oriente", che singolarmente si distingue dalla UNHCR, ovvero l'Alto Commissariato dello stesso ONU per i rifugiati (ossia tutti gli altri rifugiati del globo, eccetto quelli Palestinesi).

Nonostante ciò, l'esiguo gruppo in questione non era intenzionato minimamente a "battere cassa" alla frontiera egiziana, ma forse, piuttosto, a chiudere i conti con quella che hanno considerato, loro stessi o i loro genitori, la Patria. Visitare per l'ultima volta, per togliersi l'amaro di bocca, per pensare a come ridimensionare i loro sentimenti nel contesto delle relazioni attuali tra Israele e Egitto, per guardare al futuro perché ormai le loro vite se le sono ricostruite al di fuori dell'Egitto, rimboccandosi le mani, in silenzio, privi di aiuti internazionali e senza bisogno di recitare il ruolo delle vittime perenni.

E invece si trovano a disfare le valigie con un senso d'impotenza e molta rabbia. Ma, d'altro canto, cosa ci si poteva aspettare da uno Stato che vende, quantomeno in una libreria nei pressi della piazza centrale Midan al-Tahrir, i "Protocolli dei Savi di Sion" come se fosse un best seller uscito ieri?

L'afflusso turistico e il tentativo di approccio accademico culturale dimostrano che Israele si aspetta di aprire una nuova pagina, mentre in Egitto per ora aspettano che anche i 120 ebrei che rimangono tra Alessandria e il Cairo schiattino.


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6 marzo 2008

La potenza alienante del fon

Mi sono appena tagliata i capelli. Cortissimi. Non mi piacciono e non so come sistemarli. Proprio stasera che dobbiamo uscire per il compelanno di Janet a Tel Aviv, la città trendy, cool... Sono due settimane che prepariamo questa nottata pazza, all'insegna del cuccaggio e io mi trovo con sto capello... Smanetto il fon, provo con le forcine... Anna ci deve passare a prendere da Mevasseret, sono in ritardo... e ci si mette pure sto capello. Telefono squilla e squilla, non rispondo perché devo sistemare il capello. Squilla. Rispondo. Alessandra "Che vuoi???". "C'è stato un attentato, non le senti le ambulanze?". E' vero, ambulanze, elicotteri. Il fon mi aveva isolata dal mondo, sovrastando radio e rumori esterni. Non si sa ancora cosa sia successo esattamente. Accendo tv e computer. 6, 7, 8 morti, minimo, non si sa ancora. Anzi, come dicono sempre gli israeliani: 10 morti. Poi si scopre che 2 sono i terroristi. Sono entrati in fretta e soprattutto furia e hanno sparato ovunque. Almeno 10 feriti in condizioni tragiche. I terroristi erano 2 o forse 3, avevano anche delle cinture esplosive. Due sono stati uccisi, uno sembra sia scappato, non si sa dove. La Yeshivat Harav, la scuola di studi ebraici fondata da Rav Cook, il cuore dell'ebraismo sionista gerosolomitano, si trova vicino all'entrata della città. Vietato avvicinarsi. Come ci andiamo ora a Tel Aviv? Ma la voglia di festa sta passando. La televisione trasmette immagini da Gaza: sparano al cielo, suonano il clacsono all'impazzata e gridano urla di gioia sul sangue israeliano.
"Benediciamo l'azione di Gerusalemme e ce ne saranno altre di questo genere" dichiara il braccio armato di Hamas. I gruppi terroristici, che generalmente fanno a gara ad addossarsi la responsabilità di attentati, non rivendicano ancora niente. Strano. Ecco, dicono ora che il terrorista a quanto pare era uno solo ed è stato ucciso.
A Gaza festeggiano, anche noi dovevamo festeggiare. Ma la voglia è passata del tutto. Il capello alla fine, dopo tutti gli smaneggiamenti, stava pure messo bene. Mi sento decisamente stupida e futile. Ultimo aggiornamento: l'attentatore proveniva da Gerusalemme Est.


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3 febbraio 2008

Neve e delirio a Gerusalemme

L'anno scorso




Quest'anno


14 gennaio 2008

Lo stupro come arma: il Darfur è anche questo.

   "I could hear the women crying for help, but there
was no one to help them.”



Dal 2003, inizio del conflitto in Darfur, migliaia di donne e bambine sopra gli otto anni sono state stuprate e ridotte a schiave sessuali dai miliziani janjaweed. Gli attacchi avvengono spesso mentre le donne si allontanano dai campi profughi, per le normali attività di ogni giorno, e gli stupratori sono quasi sempre in gruppo. Di ritorno al campo, le donne vengono rinnegate dalle loro stesse famiglie.

Lo scopo dei janjaweed, con la complicità delle forze regolari sudanesi, è infatti umiliare, punire, controllare, e terrorizzare la comunità da cui provengono. Lo stupro diventa così un'arma e porta, oltre al trauma in sé, le mutilazioni genitali, le ferite, l'alto rischio di contrarre e diffondere l'AIDS e altre malattie sessuali.

Refugees International ha ora rilasciato "Laws Without Justice", un dossier sull'accesso ai servizi legali delle vittime di stupro in Sudan: ne emerge un quadro dalle tinte fosche, in cui le donne sono vittime due volte.

Un chiaro esempio è il rischio, per la donna che denuncia le violenze ma che non riesca a provarle, di essere accusata di "zina", adulterio: la pena è morte per lapidazione per le donne sposate o centinaia di frustate per chi non lo sia.

Anche il ricorso alle cure mediche fornite dalla ONG presenti in Darfur risulta difficile e rischioso. Le ONG sottostanno alle rigide regole del Governo per continuare a operare nel terriorio, nonostante intimidazioni e attacchi, e perdono così molta della fiducia delle vittime, costrette spesso a compilare un modulo di denuncia che le espone ai rischi della giustizia sudanese.
Queste sono solo due delle conclusioni a cui sono giunte le analisi della Refugees International. Il resto lo trovate
qui.


Link: "
Darfur Advocacy Agenda": come fermare la violenza sessuale in Darfur

Grazie a Mauro per questo post, che verrà pubblicato in contemporanea dagli 89 bloggers che aderiscono a 
Italian Blogs for Darfur, movimento che, tra le molte altre iniziative, 
promuove un appello rivolto a Rai, Mediaset e LA7 affinché dedichino finalmente spazio mediatico alla tragedia del Darfur, adempiendo così al loro dovere di agenti d'informazione e assicurando al pubblico il diritto a sapere. Basta con lo slogan "Mai più", con cui l'Europa si riempe la bocca e si sollazza la coscienza nel Giorno della Memoria, se non lo si traduce in azioni concrete! Basta con l'ulteriore violenza mediatica nei confronti della povera Meredith! E che rispettino il diritto alla privacy nelle procedure d'inchiesta contro gli indagati. E' vero, io adoro i gialli, ma per questo c'è Agatha Christie. Se è il sangue che attira lo spettatore medio italiano - come sembra di capire guardando Matrix o Porta a Porta - in Darfur, quello di certo non manca.

 


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9 gennaio 2008

Routine

Ore 10:34. Sei razzi Qassam sono già stati sparati verso Sderot. Uno di questi ha colpito la casa di cui sopra. Gli abitanti della casa si trovano in stato di shock, probabilmente perché si trovavano in bagno, in camera o in salotto. Se si fossero trovati in quella che mi sembra sia stata una cucina, allora oggi semplicemente non si trovavano più.
Buona giornata.


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27 dicembre 2007

Che era bella se non altro posso dirlo


Benazir Bhutto, la leader del partito di opposizione "Pakistan People Party", già primo ministro due volte e candidata favorita alle prossime elezioni legislative previste per l'8 gennaio 2008, è stata assassinata oggi all'età di 54 anni. L'attentato è stato rivendicato da Al Qaeda e commissionato, stando al comunicato, dal n. 2 del gruppo terroristico islamico fondamentalista, l'egiziano Al-Zawahiri. Ma, dato che questa notizia è stata diffusa in giro per il mondo dall'agenzia italiana Adnkronos, non ce ne vogliano se siamo ancora scettici circa la sua veracità (si sa, l'Italia va bene per pizza, pasta e mandolino, non esageriamo ora con la politica internazionale...).
Tuttavia, non mancano le ragioni per cui si possa identificare lo zampino di Al Qaeda anche in questa triste vicenda:
1) Serve un motivo? Al Qaeda, quando si tratta di ammazzare, non discrimina nessuno (in questo sono democratici, bisogna ammetterlo).
2) Era una donna, o meglio una leader donna in un paese mussulmano (alcuni dicono la prima, a me verrebbe da pensare l'ultima, bisogna verificare).
3) Era Shiita, o quantomeno di madre Shiita Iraniana. E si sa, per i Sunniti, i Sciiti sono degli eretici (salvo poi chiudere un occhio quando si tratta di cooperare contro il nemico unico sionista).
4) Era ammanicata con gli USA, che ne hanno caldeggiato il rientro dopo 8 anni di esilio (volontario).  Rientro avvenuto per l'appunto il 18 ottobre scorso, quando Benazir Bhutto venne accolta nella città natale di Karachi da un attentato suicida, in Al Qaeda style, che ha falciato 136 vite, ma non la sua.

C'è chi parla di attentato al processo di democratizzazione del Pakistan. E io dico, ma quale democrazia e quale stabilità? Giusto venerdì mi sono trovata sull'aereo da Istanbul a Madrid con un funzionario del consolato francese di non so quale città pakistana, che mi ha attaccato bottone dicendomi "che erano 5 mesi che non vedeva civiltà" (nel suo caso era abbastanza chiaro che cosa intendesse con "civilità").

Sono molto rattristata per l'assassinio della Bhutto. Non sapremo mai cosa sarebbe potuto succedere il prossimo 8 gennaio con lei in lizza, con una certa propensione a collaborare con Musharraf. Ora non sappiamo nemmeno se si terranno le elezioni. E il mondo freme perché il Pakistan, potenza nucleare, rischia di cadere nelle mani dei fondamentalisti, che godono di un consenso popolare ben superiore a quello de Presidente Musharraf. Io invece fremo perché non sapevo quasi nulla di Benazir Bhutto prima del 18 ottobre e dopo, comunque troppo poco. Non che i mass media internazionali abbiano mai provveduto a tenerci adeguatamente informati sulla crisi che devasta il Pakistan da ben prima di quel 18 ottobre... Ma i media non possono, non ce la fanno, è più forte di loro: ogni tanto si fa una scappatella con la Birmania (perché le foto dei monaci in arancione erano altamente coreografiche), con il Pakistan, (con il Darfur no perché sono negri), ma poi, si sa, si torna sempre dal primo grande amore: il conflitto israelo-palestinese. Di cui oramai anche l'italiano medio di Casal Pusterlengo è diventato massimo esperto, facendosi la sua opinione su Sabra e Chatila e l'occupazione (senza conoscere la dinamica degli eventi, ma, suvvia! E' il pregiudizio che conta) e fondando l'associazione "calzolai per la pace", che si va ad unire alle rispettive unioni di avvocati, medici, giornalisti e cuochi (giuro, esiste!).
E così ci viene negata l'informazione su altre crisi, su altre violazioni, su altri conflitti atroci, territoriali e identitari (ma, senza andare troppo lontano, magari ci avessero dedicato un Matrix o Porta a Porta,  o un Nessuno TV a quello che è successo nel cuore dell'Europa, la crisi di governo belga di 196 giorni, o a quello che succede ogni giorno nel sud d'Italia, la Mafia di per sé basterebbe a riempire tutte le pagine dei nostri giornali).
Ma forse, meglio così, perché se l'informazione è quella che ci propinano in stile Muhammad Al Dura, Jenin, Riccardo Cristiano, beh allora, come dire...ICHSA. Meglio il fai-da-te.

p.s.: su Benazir consiglio questo slide show (anche secondo voi si è rifatta il naso?) sul sito del Times, che ripercorre la sua storia attraverso le foto.
 


29 novembre 2007

0007


Sono in vena di commemorazioni in questo periodo. E Israele ce ne ha offerte alcune storiche in questo periodo, tutte a novembre, tutte che finivano col 7. Il 2 erano i 90 anni dalla Dichiarazione Balfour, il 19, i 30 anni dalla visita di Sadat a Gerusalemme e oggi, il 29, sono 60 anni dall'approvazione della Risoluzione di Spartizione della Palestina mandataria. Quella Risoluzione 181, così fondamentale e così ignorata da molte persone. Quella Risoluzione che stabiliva la nascita di 2 Stati nei territori palestinesi, allora sotto il mandato britannico, prima wilaya sotto l'Impero Ottomano: uno Stato ebraico (n.b: ebraico) e uno Stato palestinese.
Abbiamo deciso di commemorare questa nostra gioia andando ad Annapolis a riproporre la formula dei "due popoli, due stati", e vediamo se sta volta ci riesce. Certo, non può che destare un po' di rabbia la collezione di errori storici commessi dalla leadership araba, che all'epoca si incaricava di parlare a nome del popolo palestinese. No a priori alla commissione Peel (1937 - e noi commemoriamo il settantesimo), no alla Risoluzione 181. Per non parlare dei famosi "tre no" della Conferenza di Khartoum post 1967 (commemoriamo pure i 40 anni da quel dì): no alla pace con Israele, no al riconoscimento di Israele, no alle trattative con Israele.
Insomma, non si può dire per 60 anni NO! e poi presentarsi candidamente nel 2002 in veste di grandi innovatori nonché paladini della pace, con una proposta di risoluzione del conflitto - che di innovativo ha ben poco - che va accettata in toto. O meglio, potere si può e certo non stiamo a fare questioni di principio quando la contropartita è la pace, ma, suvvia! un po' di onestà intellettuale, un po' di memoria storica...

Mi piacciono le commemorazioni. Intanto perché rappresentano uno dei pochi momenti in cui mi sento appartenere a qualcosa. E poi perché mi sembra che l'esempio del passato sia sempre molto rilevante per oggi. Quantomeno nell'annoso conflitto arabo-israeliano, che sono 90 anni che ci vogliono far bere si tratti di un conflitto territoriale. Ma, se così fosse, 70 anni fa venivano poste le basi per una risoluzione geografica del conflitto, che tra l'altro dal 1937, al '47 e a oggi, ha continuato ad evolversi assegnando sempre meno percentuale territoriale agli arabi (anche se semore le parti più fertili).
Nonostante io non me la beva, W Annapolis (come W Camp David 2000, W Oslo, W Madrid, adando a ritroso). W il tentativo di riprendere le trattative. La maggioranza della popolazione israeliana non aspetta altro. Ma trattative significa, come esprime bene il termine in ebraico, "portare qualcosa e ricevere qualcos'altro in cambio". Mica siamo fessi.


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22 novembre 2007

30 anni di pace fredda. Pace. All'anima sua.

                                        

                                                         Tomba di Sadat (m. 6/10/1981, il Cairo)

 Il 19 Novembre 1977 atterrava il Presidente Anwar Sadat all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, dando così ufficialmente inizio al processo di pace israelo-egiziano. Sono 7 mesi che aspetto di scrivere questo post, e ho mancato la data di 2 giorni. Porca miseria. Non che qualcosa sia cambiato in questi 2 giorni...lo statu quo tale rimane. Molto di quello che potrei dire su questa pace fredda, sui sentimenti che provo per quel dittatore coraggioso, uomo di guerra e pace, è espresso in questo scambio di messaggi che sta avendo luogo su Facebook da qualche giorno tra un ragazzo egiziano e me. Questa è la realtà dei fatti. Ho riflettuto se rendere pubblico su questo blog il suo nome, perché per un egiziano "non sta bene" avere contatti con un'israeliana. Poi ho pensato: ma chi diamine lo vede il mio blog? E, a parte ciò, questa esposizione è il genere di atto di cui oggigiorno abbiamo bisogno se vogliamo dare un senso esteso a questa pace trentennale.

Inbox: "Wondering"

Between You and Mahmoud Wanas

 
5:52pm November 11th
 
hello
I'm just wondering why u join Egypt network...!!!!!!!!!
 
12:33am November 12th

At the beginning it was a mistake (I didn't know that you can join just 2 networks and then you can't change them for a while). And afterwards I just forgot about that.
But the real reason is that actually my mom was born in Alexandria and expelled with all her family in '48, when she was 3 years old.
I had a trip to Egypt this summer and I felt very well there, I met a lot of nice and interesting people, now I want to come back to study there for a period.
I hope it answers your question...
 
5:11pm November 13th
 
A very simple but a complicated question
"Do u accept to marry an Egyptian?"
I'm not talking about myself or u ,it's about the concept
 
3:17am November 14th

I don't want to get married at all...so I solve a lot of problems!

Anyway, why this question?
 
4:09pm November 14th
In the news here in Egypt they talk about lot of Egyptians who go to Israel and marry Israeli's girls
They saied that they are about 250 thousands egyptian

what do think about it???
 
2:00am November 15th

Hi Mahmoud,
As far as I know, those numbers are exaggerated. It's quite impossible. Maybe 10,000 maximum, most of whom are married with Arab Israelis.
Anyway, I don't see the problem: according to Islam, it's not forbidden for a Muslim man to marry a Jewish (or Christian) woman. And, as for the political aspect of the issue, Egypt and Israel have signed a peace agreement in 1979...
By the way: on November 20 it will be 30 years since Anwar Sadat's visit in Israel.

About marriages, check this: http://weekly.ahram.org.eg/2005/758/feature.htm

and: http://www.sandmonkey.org/2007/11/12/on-the-impending-danger-of-having-israeli-wives/
 
2:58am November 16th
 
Yes u are right a Muslim man can marry Christian or newish girl
and also he can have 4 wives at the same time

about the number 250 is really too much
i get this number fo a Arabic news website
u are more correct
by the way why u don't think about marriage at all?
is that normal?
 
4:03am November 16th

I don't think about marriage at this stage of my life, I'm 24, I feel still young and the entire life is in front of me. Maybe things will change in future, if I meet the right person.
I just see so much suffering among married people, and the number of infidelties just increases in all the world. For sure I'm not intentioned to get married just to fill the loneliness, and afterwords to have an "affair"...
 
4:06am November 16th

and, sorry, but, what the hell is "normal"? Who decides that?
I mean, for sure to get married in a "normal" social convention, not a biological one. I don't think that people who don't get married are "not normal". Maybe they are brave to oppose the social accepted mainstream.
 
5:20pm November 20th
I'm with u about that, me too don't think about marriage in this time of my life
Not before 30 or before I meet someone who attract me enough to make it earlier
Actually I thought u are one of those homosexual people who don't think about marriage at all. -sorry for saying that-
Anyway after 30 years of Sadat visit to Israel the relations normalization between the two nations may exist on the political side, but not yet on the people side
Most of people here don't feel comfort with it. what about people there??
 
Today at 1:31am

you are touching a sore point with this question about normalization...
I can tell you that in Israel, every person I know and I meet, would love to have normal relationship with Egypt. We are just waiting for that. We are ready. You can see it, for example, by the fact that there is a lot of Israeli tourims in Sinai and some even in Cairo, ALex etc (that is less becauseof the securoty problems). You can see that by the fact that in 1982, just 2 years after signing Camp David peace agreements, the Israelis established in Cairo the "Israel Academic Center", which works nonstop since than. You can see it by the fac that on the occurrance of the 30 years of Sadat's visit, in Israel we have been discussing about the issue, in a really positive way, we have done ceremonies to remember the event, there is an exhibition...there is a journalist that came to Egypt to make some reports about our "cold peace" status.

May I just refer you to a post I prepared for this important anniversary for a website I manage? It is partly in Italian, partly in Hebrew, but I would like you to see the video. The post is here: http://www.fiammanirenstein.com/articoli.asp?Categoria=6&Id=1834
It is titled "A great man is not enough for peace".
Under the video there is a a row in bold with 2 links in blue to Sadat and Begin speeches at Knesset on that historic day.

If you want, here there is also an english video, that can help you to understand how Israelis feel with that event: http://www.youtube.com/watch?v=JBOd7D6V1p8

and I suggest you these article to have a good view of the opinions'panorama:

"In Sadat's footsteps?"
http://www.fiammanirenstein.com/articoli.asp?Categoria=7&Id=1832

(Sadat's grave picture in this post, I've taken this august, when I've been in Egypt for 1 month)

"Thank you, Egypt"
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3473031,00.html

I agree with both the authors, but more with the first one. I think that all the idea of panarabism is dead, never worked, there is a lot of hypocrisy in it. So every Arab country should think about its own interests. But, on the other hand, doesn't matter the status of relationships...it is so important to us to have peace with Egypt, a peace that, notwithstanding all the difficulties, resists already 30 years. So we are grateful to Egypt and to Sadat.

Actually, when I've been in Egypt, I met a lot of persons, young guys and adults: I never had problems when I told I'm Israeli. On the contrary, they welcomed me very well (and the fact that my family is Egyptian increased the sympathy to me). I saw a lot of will to normalize the relationship, a lot of interest in the other, a lot of tiredness towards politcs and politically correctness.

I'm sorry for being too lengthy, but is a such important issue for me...!

It's great to have this exchange with you! Thanks,

Sharon

TO BE CONTINUED... (Forse)


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25 ottobre 2007

Tante lacrime, per nulla?

                               


Oggi ricorreva il dodicesimo anniversario (secondo la data ebraica) dall'assassinio di Yitzhak Rabin. Si entra così in oltre una settimana di cerimonie ufficiali, commemorazioni, dibattiti sui giornali, in TV, radio, culminanti con la grande manifestazione di sabato 3/11 all'uscita di Shabbat, in quella stessa Piazza dei Re d'Israele, dove venne ammazzato - e da allora denominata appunto Kikar Rabin, Piazza Rabin. Spesso il dibattito si concentra troppo sulla vita privata dell'assassino, Yigal Amir, che nel frattempo, in questi 12 anni di carcere, è riuscito a sposarsi e a realizzare l'inseminazione artificiale grazie alla quale, in questi giorni, sua moglie darà alla luce il loro primo figlio maschio. Ma a noi (plurale majestatis) non interessa stasera dissertare su questi discutibili avvenimenti, che hanno dato fin troppo risalto all'immagine pubblica di Amir. Questa sera, la parola d'ordine è lutto, intimo e nazionale.
Difficile estraniarsi da tutta questa serie di eventi in memoria di quello che rappresenta un vero e proprio trauma collettivo per la società israeliana. Eppure io, nei miei 4 precendenti anni in Israele, sono riuscita tranquillamente ad alienarmi...non volontariamente per fare l'anticonformista, bensì per una sorta di sensazione di distacco che sicuramente meno radio e TV rispetto a quanto non segua oggi, hanno contribuito ad alimentare.

Quest'anno, invece, è successo che abbia fatto una full immersion di memoria collettiva, la cui botta finale è stata un'endovenosa su youtube delle edizioni speciali dei notiziari di quel sabato 4 Novembre e dei giorni successivi, compreso il funerale per il quale sono giunti 80 capi di Stato da tutto il mondo, compreso Mubarak, la cui visita-lampo fu la prima e l'ultima in territorio israeliano.
Mentre ero intenta a versare buona parte delle mie lacrime ascoltando l'ennesima trasmissione radio, ho rischiato il collasso sentimentale quando mia nipote Maya, di anni 4 e mezzo, avendo sentito il nome alla radio, ha detto: "ah, Mitzhak Rabin".
Alché io, che sogno di diventare la zia zitella preferita, quella cool, che le parla in arabo e le porta le cose buone, non ho potuto trattenre le mie orecchie dal drizzarsi. E' quindi venuto fuori che oggi all'asilo (bilingue pacibuonista), la maestra aveva parlato dell'omicidio di Rabin. Maya mi ha raccontato tutto, un po' sotto mia spinta - però ho constatato che lei voleva sfogarsi (4 anni??!!) e non le stavo facendo una violenza psicologica. Ne abbiamo parlato per la seguente ora, con lei che cercava di collocare da un punto di vista temporale Rabin (il suo punto di riferimento storico è l'Egitto, all'epoca dei Faraoni, e questo lo so, è colpa mia che le ho fatto 'na capa tanta e le ho portato due magliette sensazionali dai miei viaggi), faceva qualche confusione tra Rabin e Dio, perché all'asilo le hanno detto che "Rabin era quello che decideva tutto nel Paese", e mi raccontava che l'assassino starà in carcere per sempre, salvo poi chiedermi che cos'è un carcere. Abbiamo poi ascoltato, su youtube, "Shir la-shalom" e "Noladti la-shalom", tra le canzoni per la pace più famose il cui ricordo, nonostante siano state entrambe composte una trentina di anni prima dell'omicidio, sono ogiggiorno profondamente legate alla figura di Rabin, e infatti Maya le ha imparate oggi all'asilo.
Certamente per la prima volta in vita mia mi sono sentita a mio agio in questa conversazione. Mi sono anche sentita incommensurabilmente vicina a Maya - cosa che non mi succede mai perché generalmente mi fa girare le scatole - da un punto di vista umano, come nipote e addirittura da un punto di vista civile, come cittadina israeliana. Caspita, lei lo è molto più di me! Ma posso recuperare. Volendo. Se no, tante lacrime per nulla?

Nel video, le Sexta nel 1979 cantano "Noladti la-Shalom" ("Sono nato per la pace"), scritta da Uzi Hitman alla fine degli anni '70 e dedicata al Processo di Pace con l'Egitto che portò alla firma degli Accordi di Camp David. Io decisamente preferisco questa alla più nota "Shir la-shalom" ("Canzone per la pace"), soprattutto per questo video trashissimo che è veramente un sollievo per l'anima dopo tante lacrime. Il ritornello:

                   Sono nato per la pace - basta che arrivi                                ??? ?????? ????? ??? ????
                   Sono nato per la pace - basta che venga                             ??? ?????? ????? ??? ????    
                   Sono nato per la pace - basta che appaia                           ??? ?????? ????? ??? ?????
                   Io voglio, io voglio esservi già dentro                               ??? ???? ??? ???? ????? ??? ??


(n.d.r: i punti di domanda corrispondono al testo ebraico del ritornello. A quanto pare la piattaforma non decodifica l'ebraico. Ma devo ammettere che tutti questi punti di domanda esistenzialistici non stonano affatto con l'atmosfera d'incognito in cui mi trovo in questi istanti, quindi li lascio).



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permalink | inviato da sharonlapaz il 25/10/2007 alle 0:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


16 ottobre 2007

La differenza fra uomini e donne



Beh, il ragionamento non fa una piega...


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3 ottobre 2007

Solidarietà ai bloggers cinesi e routine di ipocrisie

                                          

Sottoscrivi con noi una richiesta al Ministero degli Esteri Italiano per chiedere, visto il recente gemellaggio culturale, di intervenire presso il Governo Cinese.

ABBIAMO BISOGNO DELLA TUA VOCE

Per aderire: lascia un messaggio qui o scrivi a:
esperim06@yahoo.it e prontaapartire@yahoo.it

E mentre prolificano campagne online per la libertà di espressione, per il rispetto dei diritti umani, l'ONU continua a non smentirsi mai.
Nel novembre 2006  si è riunito per la prima volta ad Atene l'Internet Governance Forum, un organismo delle Nazioni Unite il cui motto è: "INTERNET SHOULD BE ACCESSIBLE, USABLE AND SAFE". Ecco, sapete dov'è programmato l'incontro del 2009 di questo Forum?
Forse i più scaltri tra i miei 4,7 lettori ci sono già arrivati: in Egitto.
Ovviamente l'Egitto rientra tra i 13 paesi considerati "nemici di internet", secondo una nota di "Reporters without borders". E, con tutto il rispetto, ce ne si poteva accorgere anche senza i Reporters senza frontiere, basta aver seguito un po' le vicende del blogger egiziano Abdul Kareem Nabeel Suleiman, alias Kareem Amer, da quasi un anno in carcere, condannato a 4 anni (3 per vilipendio alla religione e 1 per insulto a Mubarak). Tanto che anche i promotori stessi della campagna mediatica per la liberazione di Kareem, coordinata perlopiù dal Canada e dagli USA, hanno iniziato una campagna di tartassamento epistolare rivolta agli organizzatori del Forum.
Credo sia esattamente per questo che è stato deciso di tenere in Egitto la conferenza su internet: rientra perfettamente nella logica dell'ONU, la stessa che stabilisce che Iran, Libia, Cuba e Pakistan facciano parte del comitato organizzativo della Seconda Conferenza Contro il Razzismo (Durban II).
Quindi sono tranquilla perché rientra tutto nella norma. Non c'è nuovo sotto il sole e noi si continua la nostra vita tra un'accusa di razzismo e l'altra. Routine.


1 ottobre 2007

Alla ricerca del pane perduto

                     
                 Daffo & Daffo (Reuters Teheran). Quello di sinistra è tra i principali sospettati nella vicenda

Vi giro l'accorato appello rivolto allo CPISI (Comitato Provinciale Italiane Semi-zitelle in Israele) riunito in seduta d'emergenza dalla compagna Gianny, la quale, insieme alla compagna persiana Daffo, sta vivendo ore di vera e propria angoscia.

"Ragazze vi scrivo perché vorrei trovare insieme a voi la soluzione a un vero e proprio mistero.
Ieri sera prima di andare a dormire, Dafna (Ovvero Daffo) ha tirato fuori dal congelatore due misere fette di pane. Prima di andare a letto io sono passata in cucina per mangiarmi una carota e ho visto questo triste pane sul mobile di destra vicino al forno (avete presente vero??). Il pane era sopra a un piatto coperto da una bustina trasparente, quelle di plastica che non si aprono mai...vedo questo pane ed ho anche pensato...il pane sul davanzale, (ma allora era sul davanzale o sulla mensola vicino al forno? Un po' di coerenza) fuori dal frigorifero...finestra della cucina aperta con il tris (n.d.t: tapparella, o persiana in onore di Daffo) aperto, (cioè non tutto aperto ma avete presente il tris della nostra cucina vero? Quello a sbarre solo che le sbarre erano aperte). Mi dico tra me me: "domani sarà un sercio (sorcio? richiesta traduzione) sto pane...però decido ugualmente di lasciarlo lì. Ho pensato, conoscendo Dafna..."avrà pensato a tutto quindi meglio non mettersi in mezzo"...chi se fa i cazzi sua campa cent'anni, si dice a Roma.

Vado a dormire. Stamattina alle 5 e 50 minuti ero in piedi. Vado in cucinaper farmi un bel caffè, e per caso l'occhio mi cade sul piatto di pane della sera prima e indovinate un po'...?
 
IL PANE ERA SPARITO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
 
Penso subito che magari Dafna, la saggia Dafna, lo avesse in mezzo alla notte messo in frigo per la ragione che vi dicevo prima, anche se quando la sera prima avevo visto il pane, Dafna già dormiva da un pezzo.
 
Apro il frigorifero ugualmente ma niente...il pane non c'è...
 
Si sveglia Dafna e, preoccupatissima, le chiedo dove stesse il pane che aveva tirato fuori la sera e lei logicamente mi dice che il pane stava su un piatto coperto da una bustina di plastica sulla credenza della cucina...  
A quel punto ho dovuto rivelare a Dafna la cruda verità...
 
"DAFNA...IL PANE E' SPARITO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!"
 
Dafna incredula più di me, entra in cucina, guarda il piatto vuoto, mi chiede se forse in mezzo alla notte, in un raptus di fame improvvisa, non mi fossi per caso mangiata quel misero pane...magari senza neanche rendermene conto...ma io no, io non sono sonnambula e poi quando mangio me lo ricordo e come...io non l'ho mangiato e Dafna neanche. Ma allora?
 
CHE FINE HA FATTO IL PANE??
 
Abbiamo pensato a tante cose ma prima vogliamo sentire voi...aiutateci!"

Saremo grate a chiunque vorrà aiutarci a fare luce su questo mistero.
In cambio promettiamo un soggiorno a Mashad (Persia) con l'autorevole visita guidata di Daffo.


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permalink | inviato da sharonlapaz il 1/10/2007 alle 14:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa


25 settembre 2007

Ahmadì e le "esecuzioni democratiche"

                            

Credo che oggi, poco prima che venisse eletta Miss Italia 2007, abbiamo avuto la possibilità di assistere ad un avvenimento storico quale l’intervento del Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad alla Columbia University di New York.
Oggigiorno, le lezioni di storia e l’imponenza dei mezzi di comunicazione non lasciano uno spiraglio ad alcuna scusante che giustifichi ignoranza o lassismo. Oggi, non solo è impossibile dire “non sapevamo”, ma è anche impensabile affermare “non ci interessa” o - ancora peggio - “non possiamo fare niente”.
Credo che Lee Bollinger, Presidente della Columbia University, abbia compiuto un gesto eroico, nel mondo del politically correct. C’è chi dice che non si invita un ospite, anche se non particolarmente gradito, per poi contestarlo pubblicamente ancora prima che abbia parlato. E’ verissimo. Secondo le regole civili di comunicazione. Ma qui non stiamo giocando a canasta, qui non si può perdere tempo col rispetto del protocollo diplomatico o del bon ton. Non quando abbiamo davanti un “petty and cruel dictator”, un vile, crudele dittatore, per dirla con le parole dello stesso Bollinger.
Era da ieri che aspettavo questo evento. Fremevo. Non sapevo che cosa sarebbe successo e di certo non conoscevo le intenzioni di Bollinger. Vedevo però positivamente l’idea di un dibattito pubblico, più che per il rispetto del principio della libertà di espressione (perché per dare la parola a un criminale, esistono i tribunali), per la curiosità di sapere come cavolo pensava Ahmadinejad di presentarsi alla popolazione nel suo nemico numero 1 (a parimerito con Israele), e come avrebbe reagito il pubblico.

Il dibattito è durato parecchio e su internet non è disponibile un unico filmato, almeno per il momento. Vi ripropongo però uno dei momenti clue del discorso di Ahmedì, a meno 2 min e 15 sec. dalla fine del video qui sopra: il “Noi li uccidiamo democraticamente…in piazza!” (titolo liberamente ispirato dalle parole di Ahmadì: “And some of these punishments, very few, are carried in the public eye, before the public eye. It's a law, based on democratic principles”). Nonché: “In Iran non abbiamo omosessuali, come nel vostro paese. Non abbiamo questo fenomeno, non so chi vi abbia detto che ce l’abbiamo”. (Grandi risate e fischi del pubblico - menomale...).

Dall’introduzione di Bollinger, che trovate per intero qui, vi ripropongo alcune delle domande che egli indirizza ad Ahmadì:

  • Why have women, members of the Baha’i faith, homosexuals and so many of our academic colleagues become targets of persecution in your country?
  • Why are you so afraid of Iranian citizens expressing their opinions for change?
  • Will you cease this outrage? (n.d.r.: la negazione dell’Olocausto, che, nel suo discordo Bollinger definisce l’evento maggiormente documentato della storia umana, sostenendo che chi lo nega fa della pericolosa propaganda per gli ignoranti, mentre si dimostra ridicolo - provocativo o totalmente ignorante – davanti a un pubblico come quello della Columbia U.).
  • Columbia has over 800 alumni currently living in Israel. As an institution we have deep ties with our colleagues there. I personally have spoken out in the most forceful terms against proposals to boycott Israeli scholars and universities, saying that such boycotts might as well include Columbia. More than 400 college and university presidents in this country have joined in that statement. My question, then, is: Do you plan on wiping us off the map, too?
  • Why do you support well-documented terrorist organizations that continue to strike at peace and democracy in the Middle East, destroying lives and civil society in the region?
  • Can you tell them and us why Iran is fighting a proxy war in Iraq by arming Shi’a militia targeting and killing U.S. troops?
  • Why does your country continue to refuse to adhere to international standards for nuclear weapons verification in defiance of agreements that you have made with the UN nuclear agency? And why have you chosen to make the people of your country vulnerable to the effects of international economic sanctions and threaten to engulf the world with nuclear annihilation?

Bollinger, nella magistrale conclusione, indovina le risposte di Ahmedì:

“Let me close with this comment. Frankly, and in all candor, Mr. President, I doubt that you will have the intellectual courage to answer these questions. But your avoiding them will in itself be meaningful to us. I do expect you to exhibit the fanatical mindset that characterizes so much of what you say and do. Fortunately, I am told by experts on your country, that this only further undermines your position in Iran with all the many good-hearted, intelligent citizens there. A year ago, I am reliably told, your preposterous and belligerent statements in this country (as in your meeting at the Council on Foreign Relations) so embarrassed sensible Iranian citizens that this led to your party’s defeat in the December mayoral elections. May this do that and more.

I am only a professor, who is also a university president, and today I feel all the weight of the modern civilized world yearning to express the revulsion at what you stand for. I only wish I could do better”.

La trascrizione dell’intervento di Ahmadinejad con le domandela trovate qui.

Ripeto, a me è parso un momento storico, nel senso di uno di quei momenti che hanno il potenziale di cambiare il corso delle cose, di penetrare le coscienze dell'opinione pubblica, in un modo o nell'altro. Ma non mi pare di aver riscontrato una sensazione di pathos simile nei mezzi di comunicazione italiani, non come in quelli israeliani o americani. Eppure non  è un problema solo dei "2 Grandi Satana".


23 settembre 2007

Disturbo ossessivo-compulsivo

Dopo svariati smaneggiamenti e  vani tentativi, finalmente sono riuscita a caricare il mio autoritratto al posto giusto, come era tantissimo tempo che desideravo fare (per dare un senso alla didascalia). Sono molto fiera di me. L'unico problema è che ora non riesco più ad eliminare il medesimo prestigioso autoritratto dalla vecchia postazione in alto a destra, rischiando così di risultare alquanto ripetitiva per i miei 2,4 lettori. Oppure di essere catalogata come affetta da disturbo ossessivo-compulsivo. Il che è vero. Con il labello alla fragola, la coca, il collo e Cappato*. Ma, niente di più e di certo non con la mia immagine.

 

* Il disturbo ossessivo-compulsivo o DOC (in inglese obsessive-compulsive disorder o OCD), chiamato anche sindrome ossessivo-compulsiva o SOC, presenta sintomi ossessivi e/o compulsivi che siano fonte di marcata sofferenza per il paziente, comportino spreco di tempo (più di un'ora al giorno) ed interferiscano con le normali attività quotidiane


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22 settembre 2007

Un biglietto prego: Inferno a/r (mi raccomando, ritorno al più presto)

                        

Lo scorso maggio, una delegazione di parlamentari italiani guidata dall'On. Umberto Ranieri, Vicepresidente della Commissioni Affari Esteri della Camera, è stata in visita ufficiale in Darfur.
Questo è un reportage di quel viaggio, fatto da Antonella, colonna portante di Italians for Darfur, che è stato presentato lo scorso 16 settembre a Roma in occasione della Quarta Giornata Mondiale per il Darfur (la seconda in Italia dopo quella del 16 Aprile).
Sul Global Day di Roma, qui foto e rassegna stampa. Ma vi segnalo con particolare soddisfazione questo articolo tratto dal sito del quotidiano israeliano Yediot Ahronot, dove al corteo di Roma vengono dedicate ben 3 righe, nonché una foto (le magliette con la mano insanguinata hanno fatto scena. Grazie Thinkturns!).


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